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Storia della Calligrafia

Calligrafia


L'origine storica della scrittura non è ancora stabilita con totale certezza, ma gli studiosi sembrano concordare sul fatto che siano stati i Fenici, per primi, a creare una forma organizzata del pensiero in forma... concreta.

Le prime forme di scrittura, che non erano basate come quelle odierne su singole lettere raggruppate in un alfabeto, erano composte da simboli che richiamavano l'aspetto dei vari oggetti (pittogrammi e, successivamente ideogrammi). Una delle più note è quella egizia, usata nelle decoratissime piramidi.

Successivamente, i segni sono stati via via modificati, fino a perdere la stretta connessione agli oggetti, per arrivare a simboli grafici legati, piuttosto, ad un suono o fonema.

In occidente, l'alfabeto romano delle epigrafi, derivato da quello greco, rappresenta forse l'esempio più elegante di forme armoniche e piacevoli alla vista. In effetti la scrittura di tutti i giorni era ben diversa e molto si fatica a leggere un brano scritto in corsivo romano. Al contrario, l'alfabeto (solo maiuscolo anche questo) della Rustica Romana, usato in prevalenza per gli scritti letterari, è certamente molto più leggibile.

L'invenzione della stampa a caratteri mobili, a metà del '400, non toglie del tutto il lavoro ai calligrafi (ma ai copisti certamente sì...!), in quanto gli alfabeti dei caratteri di stampa vennero per molto tempo ancora ideati e realizzati da calligrafi. Oggi la tecnologia è tale che quasi tutto viene prodotto elettronicamente, ma ancora con la collaborazione di grafici e calligrafi che, manualmente (il mouse ha sostituito la penna d'oca) curano l'aspetto di ogni singolo carattere.

Qui di seguito un articolo scritto dall'amico Alessandro Cencetti, al quale vanno i miei ringraziamenti.
(scaricabile in formato PDF clicca qui)



Note storiche sulla (Bella) Scrittura
di Alessandro Cencetti

La scrittura, ossia il fissare su un supporto duraturo il pensiero e la parola, ha radici antichissime è si è sviluppata secondo due modalità: da un lato le scritture in cui un simbolo rappresenta un oggetto o un concetto (pittogrammi ed ideogrammi), dall’altro quelle in cui ogni simbolo ha un valore fonetico (fonema) che, composto insieme ad altri, da come risultato un suono articolato che indica un determinato oggetto o concetto.
E’ di quest’ultimo tipo che queste brevi note hanno intenzione di trattare e, per la precisione, di quelle forme di grafia nate in quella che ora viene chiamata Europa Occidentale prendendo come modello l’alfabeto latino, derivato dalla scrittura cuneiforme dei fenici.

La prima forma di scrittura calligrafica di tale tipo è senz’altro quella che viene chiamata “Capitale Romana”, usata inizialmente per epigrafi ed iscrizioni su pietre e marmi e poi passata anche in uso per la compilazione di scritti.
Di composizione geometrica (tanto che nel rinascimento si cercò, artificiosamente, di stabilire delle relazioni geometriche fisse per la sua realizzazione) risente nelle forme dei materiali e strumenti usati: le lettere venivano infatti dipinte sulla pietra con un pennello e poi incise con lo scalpello in modo di ottenere la caratteristica sezione a v del solco che facilitava il successivo riempimento con il colore e creava un coreografico effetto di chiaroscuro in quanto uno dei lati dell’incisione rimane sempre in ombra. Un esempio considerato “Il” modello di tale forma è l’iscrizione posta alla base della Colonna Traiana (114 d.c.). Il nome “Capitale” ha origine medievale, quando questo tipo di lettere era usato per iniziare i vari capitoli (capita) di un libro.



Riproduzione della epigrafe posta alla base della Colonna Traiana

Successivamente , nelle scritture eseguite su rotolo di papiro (volumen), il pennello venne sostituito dal calamo, sorta di penna a punta larga ottenuta rastremando un pezzo di canna d’acqua essiccata; ancora in seguito il fragile rotolo di papiro, che necessitava di grande cura per la sua conservazione e soprattutto era assolutamente inadatto ad una frequente e costante consultazione, fu sostituito dalla molto più solida e resistente pergamena, pelle di pecora, agnello o vitello appositamente trattata e riquadrata in fogli poi legati insieme (codex): la nascita del libro come lo conosciamo oggi. La scrittura libraria in uso tra il II e il III secolo d.c. era sempre capitale ma di forma diversa dalla epigrafica, troppo lenta ad eseguirsi e troppo “invadente” dal punto di vista sterico: compare quindi la “Capitale Rustica” ,caratterizzata da una maggior velocità di esecuzione, forme più strette e da tratti rastremati.


Brano scritto in Rustica


A epoca più tarda risale il “Virgilio Augusteo”, quattro codici su pergamena contenenti scritti di Publio Virgilio Marone di cui sono giunte a noi sette pagine, realizzati in una particolare forma calligrafica imitazione della Capitale Romana che alcuni autori hanno voluto tipizzare come Capitale Quadrata Elegante.


Un brano del Virgilio Augusteo


La grafia romana ebbe una grandissime diffusione grazie alle conquiste territoriali di Roma che, imponendo ai popoli sottomessi anche la propria cultura, necessitava di un mezzo di comunicazione uniforme in tutte le province dell’impero.
Se la scrittura ufficiale è rimasta per secoli la capitale, nella vita di tutti i giorni, nelle quotidiane minute attività commerciali, persino negli atti imperiali interni all’amministrazione dello stato, per la necessità di scrivere velocemente e con strumenti spesso di fortuna, si usava una forma di scrittura corsiva minuscola che però ben difficilmente si può definire calligrafia; infatti della sua difficile leggiibilità ce ne ha lasciato testimonianza Tito Maccio Plauto (255 a.c./184 a.c.) nella sua commedia “Pseudolos” ove si parla di certe tavolette (si presuppone di cera incise con lo stilo) che parrebbero scritte da una gallina.


L'alfabeto corsivo romano nelle forme antica e nuova

Un esempio di scrittura corsiva romana


Abbiamo detto che la scrittura romana era molto usata per tutti gli scritti legati alla cultura e al governo dell’impero; con il diffondersi del cristianesimo, gli adepti di questa nuova religione (che nel 314 d.c. diventerà la religione di stato) sentirono il bisogno di formalizzare, per i loro testi sacri, una parola scritta che si differenziasse nettamente dalla “pagana” romana e che, probabilmente, richiamasse la scrittura greca in cui erano composte le versioni originali di tre dei quattro Vangeli: nacque in tal modo la “Maiuscola Onciale”, il cui nome deriva dall’erronea interpretazione del termine “litterae uncialis” usato da San Simone nel riferirsi alle dimensioni di lettere capitali. Lo scopo in effetti fu pienamente raggiunto: tanto è lineare, spigolosa eppur ariosa la capitale rustica, tanto è rotonda, piena e di forme morbide la maiuscola onciale.


Manoscritto in onciale del tardo Impero Romano


L’onciale ebbe grande fortuna e diffusione e il suo uso si è protratto a lungo nel medioevo: non è raro infatti trovare, in testi scritti in grafie molto più tarde, maiuscole o addirittura righe intere realizzate in onciale quando si voleva dare enfasi ad una frase.
Dalla maiuscola onciale si sviluppò la scrittura “Semionciale” che, contrariamente a quanto farebbe pensare il nome, è uno sviluppo di carattere minuscolo dello stesso onciale.


Manoscritto in semionciale del tardo Impero Romano


Siamo ormai giunti al crollo dell’impero romano ed all’inizio del medioevo: quello che era stato un unico stato che andava dalle isole britanniche fino agli estremi confini asiatici collassa, si smembra, lasciando dietro di se una miriade di realtà locali, ognuna con un proprio mai dimenticato retaggio culturale, spesso lontane tra loro; lontananza accentuata dal fatto che le grandi strade consolari, lasciate a se stesse, prive di manutenzione diventano presto impraticabili trasformando talvolta la lontananza in vero e proprio isolamento. In questi anni bui, dove popolo e patriziato avevano ben altre necessità legate alla quotidiana sopravvivenza per pensare alla cultura, la conoscenza viene preservata e tramandata in quelle isole autosufficienti che sono i monasteri cristiani, sparsi un po’ ovunque, grazie all’opera di monaci scriba che realizzavano copie dei testi classici.
Gli scriba scrivevano su pergamena usando penne di uccello, probabilmente oche, cigni e corvi, opportunamente trattate e rastremate: l’uso di questi nuovi strumenti permetteva la realizzazione di tratti molto più netti e fini di quelli ottenibili con il calamo.
Il relativo isolamento ed il sopravvivere di antiche tradizioni accanto alla religione e alla cultura cristiana favorì lo sviluppo di grafie particolari legate a determinate realtà territoriali; di queste vorrei citarne due, emergenti su tutte per bellezza ed originalità: la “Insulare” e la “Beneventana

Con il termine Insulare viene indicata un tipo di scrittura che si sviluppò in Irlanda e in Gran Bretagna tra l’ VIII e il X secolo; di forma rotondeggiante, sia maiuscola che minuscola corsiva, si presenta estremamente armonica. Tipico il sistema di abbreviazioni diretto derivato di quello romano detto delle “notae iuris”. Si diffuse anche sul continente grazie ai contatti tra monasteri e la migrazione di monaci irlandesi, specie in Francia e Germania. Fulgidi esempi sono giunti a noi: il “Libro di Kells” (tra l’altro stupendamente miniato con disegni talvolta complicatissimi di chiara origine celtica) e l’ “Evangelario di Lindisfarne” per quanto riguarda il maiuscolo, il “Salterio di Salisbury” realizzato in minuscolo.


Pagina del Libro di Kells

L'Evangelario di Lindisfarne

Un esempio di grafia minuscola insulare


La Scrittura Beneventana fu invece usata tra la fine dell’VIII fino al XIII secolo nell’Italia centro-meridionale; anche di questa ne esistono varie forme ma le tipizzazioni principali sono quella di Montecassino, caratterizzata da tratti spezzati e contrastati, e quella di Bari, che presenta tratti più sottili e più grandi, risultando all’occhio più rotonda.
Della vasta produzione beneventana meritano particolare citazione gli Exultet, rotoli ad uso liturgico, realizzati in modo che le ricchissime immagini decorative risultassero capovolte rispetto al testo: letti dal pulpito venivano srotolati e lasciati pendere con il progredire della lettura in modo che i fedeli potessero vedere le illustrazioni cui si riferiva il dire dell’officiante: veri e propri antesignani delle presentazioni Power Point!
Scrittura di grandissimo impatto visivo, pecca, a mio avviso, dal punto di vista della leggibilità soprattutto a causa del frequente e sistematico uso di una notevole quantità di legature, unioni e abbreviazioni che presuppongono una profonda conoscenza del loro codice interpretativo.


Un esempio di scrittura beneventana di Montecassino


Interviene a questo punto una grossa mutazione delle condizioni socio politiche: Carlo Magno viene incoronato imperatore il giorno di Natale dell’ 800 e nasce il Sacro Romano Impero.
Carlo Magno, fautore della scuola e dell’alfabetizzazione, sente la necessità di un scrittura unica che superasse i particolarismi locali e rappresentasse l’impero. Nasce così un progetto grafico di grandi ambizioni, che si ispira alle scritture romane (imperiali per antonomasia) senza tuttavia rimanerne prigioniero: la "Lettera Antiqua" che vede nel Monastero di San Martino di Tours il più importante centro di produzione il cui priore, Alcuino di York, è nominato (782) da Carlo Magno direttore della Scuola Palatina.
Alcuino, ispirato dall’imperatore, realizzò in seguito un altro nuovo progetto che si allontanava dalle imitazioni della scrittura romana. Forte della tradizione britannica, creò un nuovo sistema di scrittura partendo dalle esperienza della maiuscola e minuscola insulare: la "Minuscola Carolina", scrittura posata di grande chiarezza e leggibilità, che ha nel suo essere una scrittura per lettere, sempre uguali a se stesse e chiaramente definite le une dalle altre, il suo elemento di novità.


La Bibbia di Grandval, scritta a Tours intorno all'840
Da notare l'uso gerarchico dei caratteri, lettere di ispirazione romano epigrafica
per il titolo passando per la grafia onciale per arrivare alla minuscola carolina.


Tra il XI e iil XII secolo iniziò a formarsi, probabilmente nella Francia settentrionale, un nuovo tipo di scrittura che si distingueva dalla minuscola carolina come il giorno dalla notte: una grafia rigida, composta da pochi tratti rettilinei, dove le curve sono sostituite da angoli, le ascendenti e le discendenti corte; il ritmo è ripetitivo, l’interlinea ridotta a non più della misura del corpo lettera.
L’effetto generale è quello d una scrittura a sviluppo verticale, stretta, compatta, il testo appare come spezzato dall’abbondanza di spigoli; una scrittura molto elegante, ma scura e difficile leggibilità. Difficoltà accentuata dal fatto che con essa riprende l’uso (assente nella carolina) di numerosissime abbreviazioni e legature che, oltretutto, accentuano la sensazione di “macchia”.
Questa grafia era, al tempo, chiamata littera moderna (per marcare l’allontanamento dalla littera antiqua carolina) o textus fractus: noi la conosciamo con il termine dispregiativo inventato dai calligrafi rinascimentali italiani ossia “Gotica”, cioè barbara.
Il gotico conobbe grande fortuna, tanto che nel XIII secolo era diffuso in tutta Europa: uno dei motivi di tale successo è senz’altro da ricercare nel fatto che, a causa dei profondi mutamenti sociali del tempo, la produzione libraria non era più appannaggio esclusivo di monasteri ed abbazie; la nascita delle Università (prime tra tutte Bologna e Parigi), strumento di formazione di nuovi quadri dirigenti in ogni campo, dal diritto alla teologia, provoca un enorme incremento della domanda di libri che ha due effetti immediati: da un lato il fiorire di librerie e copisterie laiche spesso monopoliste della produzione di una specifica università che ne controllava la qualità di produzione, dall’altro la ricerca di un sistema di scrittura semplice e veloce che permettesse la ripetizione di copie sempre uguali a se stesse e che, visti i costi delle materie prime, consentisse un risparmio di spazio. Il gotico dava risposta a queste esigenze: scrittura elementare composta essenzialmente da tratti verticali che si alternano con uno spazio bianco di stessa misura permette la riproduzione, da parte di persone diverse, di scritti pressoché identici e, grazie al suo ridotto ingombro orizzontale e verticale (l’interlinea è ridottissima) e all’uso frequentissimo di legature ed abbreviazioni, consente una notevole economia di pergamena.


Il Messale di Litlyngton, scritto tra il 1383 e il 1384
tutt'ora conservato nell'Abbazia di Westminster.


In effetti sarebbe più giusto parlare di scritture gotiche perché col passare del tempo e a seconda delle varie realtà culturali si svilupparono varie tipizzazioni talvolta abbastanza diverse tra loro.
Il primo tipo di gotico a conoscere grande diffusione fu la scrittura detta Textura, (tanto che Gutemberg, per la stampa della prima celeberrima Bibbia, fuse i caratteri mobili in questo stile.
In Italia si affermò invece uno stile assai diverso che manteneva, in una certa misura, l’uso di linee curve e che era chiamato, appunto, Rotunda.
La scrittura gotica, in gran parte d’Europa, cominciò a cadere in disuso a partire dal XV secolo. Fanno eccezioni i paesi di lingua tedesca dove due stili di gotico, lo Schwabacher e in seguito il Fraktur, sono stati usati fino alla seconda guerra mondiale.


I più diffusi stili di scrittura gotica


Nonostante la grande diffusione della scrittura gotica, agli inizi del trecento il suo uso indiscriminato era spesso contestato nell’ambiente colto italiano.
I letterati umanisti, Petrarca in testa, si misero alla ricerca della forma originale dei classici latini che, dopo secoli di copiatura manuale, giungevano a loro in una lingua che non era più quella nella quale erano stati scritti dagli autori: effettuarono una minuziosa opera di confronto tra vari testi (spesso molto diversi tra loro) e cercarono di ricostruire la versione originale. Questo presupponeva una minuziosa opera di ricerca nelle vecchie biblioteche di testi ormai dimenticati: molti di esse erano scritti nella chiara grafia carolina che fu considerata, in mancanza di esempi più antichi, la vera scrittura classica romana e da questa partirono per lo studio di un nuovo stile.
Gli sforzi del Petrarca in tal senso non dettero risultati eccelsi: la sua littera antiqua risente ancora dell’influenza gotica. Meglio fecero alcuni suoi allievi, tra cui il Boccaccio.
Infine, agli inizi del quattrocento a Firenze, si giunse alla definizione di una grafia nuova grazie all’opera di Poggio Bracciolini e Niccolò Niccoli: prese così forma definitiva quella che venne poi chiamata scrittura ”Antiqua Umanistica” che dalla carolina ereditò la chiarezza e la sottigliezza dei tratti, l’ assenza dei puntini sulle i. Ascendenti e discendenti sono lunghe, il che comporta l’adozione di un ampio interlinea (circa tre corpi lettera) che, assieme al fatto che la scrittura è pienamente posata, contribuisce a dare un senso di ordine e chiarezza al testo. Le maiuscole sono di tipo romano epigrafico.


Due esempi di scrittura umanistica: a sinistra la prima pagina della Divina Commedia


L’umanistica divenne, fin dagli albori della stampa a caratteri mobili un carattere tipografico di grande diffusione: della sua longevità, poi, non è dato dubitare se è vero che il font (per usare il moderno termine tecnico) in cui sono scritte queste note deriva direttamente dal carattere “romano rotondo” disegnato nel 1531 de Claude Garamond.

Contemporaneamente all’umanistica e sempre a Firenze prende forma un altro tipo di scrittura corsiva: derivata da lettere dei mercanti e da atti notarili verrà, in seguito, chiamata “Italica” o “Cancelleresca”.
Scrittura elegante e chiara, con ampio interlinea, risulta leggermente inclinata verso destra e più compressa lateralmente dell’umanistica: compare la a con l’occhiello grande, la s di forma moderna e tornano i puntini sulle i. Le aste ascendenti sono piegate verso destra ed ingrossate alle estremità, le discendenti piegano a sinistra.


Superbe pagine di un libro di Lodovico degli Arrighi, detto Il Vicentino


Nelle forme più eleganti, la cancelleresca assume l’aspetto innovativo di corsiva posata, cambiando, in buona sostanza, il significato del termine stesso; non ci si riferisce più ad una funzione (lo scrivere in fretta, di corsa) ma ad una forma grafica.

Se prima dell’avvento della stampa a caratteri mobili lo scrivere libri a mano era indispensabile e lo scriba era un operaio spesso malpagato, dopo la lettera manoscritta diventa una manifestazione di virtuosismo per l’esecutore e una testimonianza di raffinatezza, buon gusto agiatezza per il mittente. Nasce la figura del maestro calligrafo e compaiono i primi trattati in materia: il primo in assoluto (1522) “La operina” di Lodovico degli Arrighi, detto il Vicentino, seguito da quelli del Tagliente (1524) e del Palatino (1540). Tutto ciò garantì alla scrittura cancelleresca una grande diffusione tanto che alla fine del cinquecento era l’unica grafia usata in Italia. Fu usata a lungo e, dopo una parentesi dovuta all’introduzione del pennino flessibile e alle grafie da questo permesse, fu recuperata grazie all’opera di appassionati inglesi padri della calligrafia moderna e, tutt’oggi, è considerata uno degli “attrezzi” fondamentali del calligrafo.

Nello stesso periodo, la prima metà del cinquecento, fece la sua comparsa la penna di tacchino, animale nativo delle Americhe e quindi arrivato in Europa solo dopo i viaggi di Cristoforo Colombo; questo tipo di penna, più dura ed elastica di quelle conosciute fino ad allora, consentiva affilature più accurate e più durature di queste ultime permettendo di eseguire tratti più definiti e sottili; soprattutto permetteva di ottenere delle penne a punta anzichè mozze come in uso fino ad allora.
Proprio dall’uso della penna a punta uno scrittore vaticano, Giovanni Francesco Cresci, inventò un nuovo tipo di scrittura che illustrò al pubblico nel 1560 con la pubblicazione di un libro. Inventò, in quanto questa grafia fu senza dubbio il frutto di un’accurata progettazione grafica totalmente innovativa. Caratteristiche peculiari di questa scrittura, detta comunemente “Bastarda”, sono la forte inclinazione e la totale legatura delle lettere: la parola appare come realizzata da un filo continuo. Per permettere questo le lettere cambiano forma a seconda di come sono legate alle vicine e in funzione del fatto di trovarsi all’inizio,dentro o alla fine della parola. Il tratto non cambia spessore mantenendosi omogeneo: solo in alcuni punti si ispessisce, effetto ottenuto esercitando sulla penna (tagliata a punta, ricordiamo) una pressione che ne fa divaricare le due metà della punta rendendo il tratto più marcato.


La Bastarda di Giovanni Cresci in un frammento di una lettera di suo pugno


La scrittura esasperatamente corsiva del Cresci si diffuse rapidamente in tutta Europa, anche per il fatto che il suo tratto filiforme si prestava ottimamente alla stampa in calcografia da lastra di rame che veniva incisa con uno strumento appuntito, il bulino.
In Francia la Bastarda conobbe grande fortuna nel suo aspetto più decorativo ed esasperato, tanto che nel 1760, nella parte de L’Encyclopedie di Diderot & D’Alembert dedicata all’Art de l’écriture, il calligrafo Paillasson la descrive e analizza (con attitudine più consona ad un anatomista patologo che ad un artista, invero, ma bisogna tenere presente che era il “secolo dei lumi”) quale esemplare, assieme alla Ronde e alla Coulée, di scrittura di massima diffusione.


La Batarde di Paillason


In Inghilterra, in funzione dell’ambiente commerciale in cui prese campo, perse gli eccessivi orpelli di scuola francese (che spesso andavano a scapito della chiarezza) per lasciare il posto ad una scrittura, se pur elegante e sinuosa, comunque seria e leggibile, dando vita ad una grafia internazionale usata anche oggi: chiamata in patria “Copperplate” (dal prima citato uso fattone dagli stampatori da lastra di rame), in Italia è conosciuta come “Corsivo Inglese”.


Esempi di scrttura corsiva inglese (Copperplate)


In America, nel 1800, conobbe una buona diffusione una forma di corsivo derivato dall’inglese detto “Spencerian” dal nome del suo creatore, Platt Roger Spencer.


Documento in scrittura Spencerian: una lettera informativa di una scuola di calligrafia


Il corsivo non era però facile da scrivere con una penna tradizionale, sia pur di tacchino, su una carta fatta a mano: nei tratti “spinti” la punta tende a piantarsi nelle asperità della carta e il continuo divaricarsi delle due metà della punta fa ben presto perdere l’elasticità costringendo il calligrafo ad un continuo lavoro di ripristino della penna.
Sin dall’antichità si hanno notizie di sporadici tentativi di realizzazione di penne metalliche che, però, rimasero delle curiosità senza seguito.
Bisogna aspettare la prima metà dell’800 e la rivoluzione industriale, che fornì le macchine e le tecnologie di lavorazione dell’acciaio appropriate, per vedere nascere il pennino metallico. Chi possa rivendicarne l’invenzione è questione controversa; rimane però un fatto storico: la prima produzione industriale si concentrò in una città delle Midlands inglesi, Birmingham, dove, nella seconda metà del secolo, si potevano contare ben tredici fabbriche principali di pennini metallici che esportavano in tutto il mondo, tra cui le celeberrime Gillott e Mitchell.


Pagina pubblicitaria della Gillott e folder espositivo della Mitchell


Il successo fu rapido e travolgente: la crescita della domanda e l’affinarsi delle metodologie produttive fece si che a fine ‘800 a Birmingham venissero prodotti centosettantacinque milioni di pennini all’anno con conseguente abbattimento dei prezzi che passsarono dai due pence la dozzina del 1820 ai due pence la grossa, ossia dodici dozzine: la penna di volatile, dopo secoli di onorato servizio, cadde in disuso in meno di cinquant’anni.
La Rivoluzione Industriale iniziò in Gran Bretagna e si sviluppò così rapidamente che alla metà dell’800 questa era la nazione trainante sulla via del progresso.
La macchina diventò il simbolo dello sviluppo economico e del benessere (non per tutti, invero), il prodotto fatto a macchina bene di consumo di larghissima diffusione.
Proprio nel bel mezzo di questa industrializzazione che sembrava destinata a annichilire ogni forma di artigianato comparve William Morris che, ritenendo che la macchina riducesse l’uomo e la donna (anche il bambino, ad essere precisi) impiegati nella fabbrica in uno stato di schiavitù spirituale, fondò nel 1860 l’Arts and Crafts Movement, associazione di artisti ed artigiani, con il solo scopo di far rivivere gli oggetti fatti esclusivamente a mano. Contro ogni previsione il movimento prese campo e si verificò una vera e propria rinascita delle arti manuali; non fu un successo sancito dalle masse, contrariamente a quanto sperato dal fondatore, bensì dalla media borghesia arricchita conquistata dalla qualità del manufatto.
Morris si interessò molto anche alla calligrafia, da tempo ormai messa in ombra dalla parola stampata, ritenendola far parte a tutti gli effetti nel novero delle cosiddette “Belle Arti”, propugnandone una pratica al passo con i tempi.
In questo panorama si inserisce l’opera di Edward Johnston (1872-1944).
Mediocre studente di medicina e calligrafo dilettante, ottenne un incarico quale insegnante di miniatura alla Central School of Arts and Crafts: iniziò così un percorso di ricerca delle antiche tecniche di scrittura, miniatura, preparazione degli inchiostri e delle pergamene, uso della penna a punta squadrata che portò ad un vero e proprio rinascimento dell’arte calligrafica.
Considerato il padre della calligrafia moderna, dimostrò che un maestro delle grafie tradizionali non deve per forza cristallizzarsi nella pedissequa ripetizione delle forme del passato, ma può creare scritture nuove, sia come espressione artistica sia come mezzo di comunicazione di uso quotidiano: creazioni esemplari la scrittura “Foundational", reinterpretazione di una scrittura inglese di epoca carolingia usata nel Salterio di Ramsey, e un carattere tipografico stampatello, ispirato alle proporzioni delle capitali romane ma prive di grazie, realizzato nel 1916 per la rete di trasporto pubblico londinese.




Alfabeto minuscolo Foundational e caratteri stampatello creati per il trasporto pubblico di Londra


La summa dell’esperienza di Johnston la possiamo trovare, in tutta la sua freschezza, nel suo libro “Writing and Illuminatine and Lettering”: pubblicato per la prima volta nel 1906, non è mai andato fuori catalogo e viene ristampato anche oggi dalla Dover Pubblications Inc.; non esiste una edizione in italiano.


Il libro di Johnston, vera bibbia del calligrafo


Siamo praticamente giunti ai giorni nostri.
Dopo tutte queste ciance, una considerazione: ricerche scientifiche dimostrano che attualmente la stragrande maggioranza della popolazione usa scrivere a mano unicamente la propria firma.
In questo scenario che senso ha parlare di calligrafia? Leggiamo insieme le parole scritte nel 1981 da Donald Jackson:
“Il pittore impressionista Vincent Van Gogh utilizzava oggetti di ogni giorno come mazzi di fiori , sedie, tavole, tappeti quali soggetti per i suoi quadri; li spostava intorno entro il rettangolo della superficie piatta della tela, scegliendo misura e volume e riordinando lo spazio tra loro e il rapporto dei colori, Egli raggiunge così un’armonia, in realtà una disarmonia, imponendo i propri desideri agli oggetti che andava dipingendo e ridipingendo con pennello e vernice a olio.
Anche un calligrafo utilizza oggetti di ogni giorno, le lettere, e le mette insieme entro una superficie rettangolare. Le spinge e le tira, scegliendo differenti pesi e misure, mettendole in diversi rapporti l’una con l’altra, colorandole e manipolandole nello spazio. C’è la stessa ricerca di armonia o la disarmonia della propria scelta. Lettere e parole, come le sedie di Van Gogh, sono semplicemente il punto di partenza per una esplorazione dello spazio. Naturalmente la loro funzione letteraria, la forma delle parole e le belle forme delle lettere che si sono lentamente evolute durante la storia dell’uomo, influenzeranno le sue scelte. Ma egli è libero di trasmettere a questi segni tanta vita quanta gliene permette la sua abilità e tanta sensibilità quanta ne possiede il suo spirito. In pratica dipinge con le parole.”


Alessandro Cencetti
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Bibliografia
E. Johnston, Writing & Illuminating & Lettering, Dover Pubblications
D. Jackson, La Scrittura nei Secoli, Nardini Editore
M. Zennaro, Calligrafia – Fondamenti e procedure, Stampa Alternativa/Graffiti
Diderot & D’Alembert, L’Encyclopédie – Art de l’écriture, Bibliothèque de l’Image
C. De Hamel, Scribes and Illuminators, The British Museum Press
M. Gullick, Alfabeti Decorativi, Orsa Maggiore Editrice
A. Kossowska, Il quaderno di calligrafia medievale, Kellermann Editore
Collana Leonardo, La calligrafia, Vinciana Editrice
D. Harris, Enciclopedia della Calligrafia, Il Castello Editrice





 

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